Dal primo segno di croce all'Eucarestia
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catechistico 1999/2000)
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La vita cristiana si presenta come
un cammino, che incomincia dal Battesimo, prima Pasqua, rag-giunge
il suo vertice nell'Eucaristia, memoriale della Pasqua, e termina
con il passaggio da questo mondo al Padre, l'ultima Pasqua. I tre
punti che si tratteranno sono un invito a compiere dei passi
graduali, ma continui, per vivere con pienezza e autenticità la
nostra fede e aiutare i bambini e i ra-gazzi a fare altrettanto.
Ovviamente con l'aiuto di Dio.
1 - INTERIORIZZARE IL SEGNO DI CROCE
Il segno di croce, compiuto dal cristiano su di sé, è una delle
pratiche cristiane primitive più uni-versalmente testimoniate. Fin
dal sec. III (ma forse anche dall'età apostolica) è praticato
comune-mente, frequentemente. Scrive Tertulliano (+ 220): "Se ci
mettiamo in cammino, se usciamo ed en-triamo, se ci vestiamo, se
ci laviamo o andiamo a tavola, a letto, se ci poniamo a sedere, in
queste e in tutte le nostre azioni ci segniamo in fronte con il
segno della Croce". Con tutta probabilità si in-tendeva
commemorare la propria rinascita in Cristo, per affermare che si
apparteneva a Cristo.
L'attuale segno di croce sulla fronte, sul petto e sulle spalle è
più recente (è entrato nella liturgia solo nel sec. XVI, anche se
praticato molto prima) rispetto agli altri come quello compiuto
sulla fronte, sulle labbra, sulla bocca (al Vangelo) o l'altro con
tre dita (usato dal Papa e dai Vescovi), oppure la semplice croce
fatta sulla fronte, su un oggetto …
Inizialmente il segno di croce diceva semplice riferimento a
Cristo e richiamava l'evento batte-simale.
Le parole "Nel nome del Padre …" provengono da Mt 28,19 e dal sec
VII fanno parte della for-mula battesimale: "Io ti battezzo nel
nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo". Le parole che
pronunciamo facendo il segno della croce ci riconducono quindi al
Battesimo, che abbiamo ri-cevuto con l'invocazione delle Tre
Persone divine.
Dunque il segno di croce diventa una professione di fede in Dio
Padre, Figlio e Spirito Santo, quindi nella Trinità. Diventa anche
una professione di fede in Cristo che si è incarnato, è morto in
croce per salvarci ed è risorto.
In altre parole: "Il segno di croce evoca e professa con le parole
e con il gesto i due principali misteri della fede: Unità e
Trinità di Dio - Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione di
nostro Signore Gesù Cristo" (Catechismo dei giovani/1 "Io ho
scelto voi", pag. 353).
Nel Medioevo, ogni volta che si benedicevano, con il segno della
croce, le persone e le cose, si usavano le parole della formula
battesimale: si invocava Dio fonte di ogni benedizione. In questo
modo la formula trinitaria battesimale, unita al segno di croce,
si è introdotta come abitudine comu-ne per l'inizio e la
conclusione di ogni azione liturgica, a partire dalla Messa.
Il segno di croce ricorda ai fedeli di essere stati redenti dalla
croce di Gesù; non solo: attesta an-che che la croce non avrebbe
senso se non fosse stata accettata liberamente dal Cristo, il
Figlio di Dio che si è incarnato "per noi uomini e per la nostra
salvezza" (Simbolo di fede). Il segno di croce con l'invocazione
della Trinità è quindi una preziosa eredità: ci richiama alla
nostra dignità e realtà battesimale e fa da ponte tra Battesimo ed
Eucaristia.
* * *
Anche oggi all'inizio del rito del Battesimo viene compiuto sulla
fronte del battezzando, con il pollice, un segno di croce: gesto
che indica l'appartenenza a Cristo e l'accoglienza della comunità
cristiana, un "sigillo", impresso sul nuovo credente, un marchio o
segno di riconoscimento, un se-gno di protezione per coloro che
sono stati sottratti dalle tenebre e sono entrati nella luce del
Cristo Risorto.
È un gesto che significa la grazia della redenzione e della
salvezza che Cristo ci ha donato per mezzo della sua croce.
Tutta la vita del cristiano è contrassegnata dalla croce di
Cristo, per cui non c'è da meravigliarsi se la croce è presente
ovunque. Non si tratta di una specie di dolorismo religioso caro
alla Chiesa, identificando la croce esclusivamente con il dolore,
la sofferenza, la rinuncia, la fatica, o, peggio ancora, con la
tristezza. Si tratta invece di uno sguardo pasquale,
caratterizzato dall'amore che ci salva, non eliminando la
sofferenza e la morte, ma trasfigurandole.
La croce è il segno di Gesù Cristo; è il segno della vittoria
definitiva di Cristo che va portata con gioia e testimoniata con
coraggio.
* * *
Se inizialmente il segno di croce era semplicemente un riferimento
a Cristo e richiamava il Battesimo, in seguito si è approfondito
il valore redentivo della Croce, strumento della nostra salvezza e
sorgente di ogni benedizione.
Lo strumento del supplizio di Gesù è diventato il simbolo della
Redenzione, segno perfetto dell'amore di Dio per noi e dell'amore
del Figlio per il Padre.
Per cogliere adeguatamente il significato della croce, occorre
rifarsi alla celebrazione vespertina del Venerdì Santo e alla
tonalità di vittoria che la caratterizza.
Anche se la Liturgia accentua l'aspetto di gloria, non ci si deve
comunque dimenticare dell'aspetto di scandalo che la croce porta
in sé, unito al dramma della sofferenza del Messia, il Giusto per
eccellenza. La croce trasmette nei secoli una parola che è stata e
resta follia (cfr 1 Cor 1,18): "Cristo Crocifisso, scandalo per i
Giudei, stoltezza per i pagani"(1 Cor 1,23). Vedere la cro-ce,
accoglierla è accogliere un segno scandaloso, crudele, spregevole.
Nel silenzio in cui si contem-pla la croce, il legno non è solo
speranza gloriosa.
La croce è anche un simbolo cosmico. Per gli antichi cristiani, la
croce era ovunque. Nella croce di Cristo, tutto il cosmo è assunto
e trasfigurato: l'Est, l'Ovest, il Nord e il Sud sono
ricapitolati, ri-condotti all'armonia assoluta, salvati e
riconciliati. Ireneo così si esprime parlando della croce
co-smica:
"Il Verbo … in forza dell'obbedienza che accettò fino alla morte
pendendo dall'albero, ha annullato l'antica di-sobbedienza
consumata sull'albero. Egli stesso è il Verbo di Dio onnipotente,
che nello stato di invisibilità si è diffuso nell'universo intero
e ne abbraccia la lunghezza, la larghezza, l'ampiezza e la
profondità. In queste di-mensioni fu crocifisso il Figlio di Dio
già impresso sull'universo a forma di croce mostrando chiaramente,
nella forma visibile, la sua attività consistente
nell'illuminazione dell'altezza cioè di ciò che è nei cieli, nello
scrutare le profondità, cioè i meandri della terra,
nell'estensione della lunghezza dall'Oriente all'Occidente, nel
governo come di un pilota della regione (dell'Ovest) e
dell'ampiezza del Sud e nella chiamata alla conoscenza del Padre
di tutti gli uomini ovunque dispersi".
La croce che viene presentata al Venerdì Santo manifesta così
l'universale corpo di Cristo in croce che abbraccia il cosmo
unificando non solo il cielo, la terra e il sottoterra, ma anche
tutte le creature. La croce del Venerdì Santo è canto di speranza
("nella speranza siamo stati salvati", Rm 8,24): speranza per la
creazione "che attende con impazienza la rivelazione dei figli di
Dio" (Rm 8,19) e ancora geme e soffre in un parto doloroso;
speranza per tutti noi che aspettiamo "la reden-zione del nostro
corpo" (Rm 8,23). Nella croce di Cristo si riflette tutto; in essa
è tutto il cosmo che viene mostrato.
La croce è letta anche come Albero della vita. Questo simbolo,
senza dubbio uno dei più diffusi, affonda le sue radici nella
Scrittura, a cominciare dal libro della Genesi (cfr l'albero della
vita col-locato nell'Eden).
La nobiltà del legno della croce consiste principalmente nel fatto
che comunica la linfa vitale della salvezza e porta frutti
abbondanti. Il riferimento dell'Albero della croce all'albero
della vita del Paradiso terrestre mette in luce che la vitalità
comunicata dalla croce è l'immortalità. Dopo il peccato originale,
Dio aveva dato questo comando: "Egli non stenda la sua mano e non
prenda an-che dall'albero della vita sì che ne mangi e viva in
eterno" (Gn 3,23). Ora questo comando viene abolito per opera del
Figlio di Dio e l'immortalità è nuovamente data.
Nella sua crude realtà, la croce del Venerdì Santo è accolta come
Albero della vita, che dona una vita senza fine.
* * *
"Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo …": queste
parole dovrebbero essere pro-nunciate sempre con molto rispetto,
con senso di responsabilità. Queste parole sono state pronuncia-te
su di noi al momento del Battesimo. In un certo senso ci hanno
segnati per sempre. Infatti con il Battesimo tutta la nostra vita
è posta sotto il segno della croce di Cristo, che è al tempo
stesso il se-gno della Trinità. Questo segno è senza ombra di
dubbio molto più importante e decisivo, per la no-stra vita, che
non quelli dello Zodiaco, con tutte le relative stupidaggini di
oroscopi generali e per-sonalizzati.
Il segno della croce è il segno distintivo del cristiano, è come
la sintesi concentrata di tutta la fe-de. Fare il segno della
croce significa interpretare la nostra vita in rapporto a questa
fede: "Noi ab-biamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha
per noi … In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio
ha mandato il suo Unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita
per lui … Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in
noi: egli ci ha fatto dono dello Spirito …" (1Gv 4,9-16).
Fare il segno di croce ci deve ricordare che la nostra vita
cristiana è un invito continuo a seguire Gesù sulla via della
croce, la via dell'ubbidienza assoluta alla volontà del Padre. Del
resto anche Gesù ha sempre considerato la sua vita come orientata
verso la croce.
Questo simbolo cristiano deve quindi essere tenuto sempre in
grande considerazione. Già l'enciclica "Mediator Dei" di Pio XII
(1947) reagiva contro la tendenza di sostituire l'immagine del
Crocifisso con quella del Cristo glorioso. Infatti, non si deve
mai dimenticare che la sequela di Gesù su questa terra
inevitabilmente implica lotta e sacrificio. Questo non significa
però che il cristiano vive una religiosità passiva, oppure una
rassegnazione totale (come rinuncia alla lotta contro il ma-le).
Occorre ricordarsi che il credente si deve sentire impegnato a
promuovere il Regno di giustizia, di amore e di pace ad imitazione
di Cristo stesso, nonostante le persecuzioni e le sofferenze a cui
va inevitabilmente incontro quando si vogliono perseguire
determinati ideali.
Il segno di croce non si deve mai maltrattare (cfr. il modo
affrettato e maldestro con cui lo si compie spesso, quasi a
scacciare le mosche), e tanto meno strumentalizzarlo (cfr. fare il
segno di croce al alta voce per ottenere il silenzio; oppure prima
di un incontro sportivo, calcio, di pugilato o altro …).
Ascoltiamo Romano Guardini:
"Quando fai il segno della croce, fallo bene. Non così affrettato,
rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare. No,
un segno di croce giusto, cioè lento, ampio, dalla fronte al
petto, da una spalla all'altra. Senti come esso ti abbraccia
tutto? Raccogliti dunque bene; raccogli in questo segno tutti i
pensieri e tutto l'animo tuo … Perché è il segno della totalità ed
è il segno della Redenzione … È il segno più santo che ci sia" (da
"I santi segni").
È dunque necessario fare bene il segno di croce. Ogni gesto
liturgico infatti deve essere bello e semplice, senza
precipitazione.
Si racconta che Santa Bernardetta durante le visioni
dell'Immacolata aveva un modo di segnarsi impressionante: non si
potevano dimenticare la profonda concentrazione, né la dignità che
il suo ge-sto manifestava. San Leone Magno diceva ai fedeli di
Roma: "Riconosci, o cristiano, la tua digni-tà".
Fare bene il segno di croce è sempre un'espressione di nobiltà
cristiana, un atto di fede viva. Senza questa convinzione, i gesti
liturgici, tutti senza eccezione, sono vuoti.
2 - I PASSI PER COMPRENDERE E VIVERE I SACRAMENTI
Parlare di sacramenti è sempre difficile. Si rischia di parlare di
"cose" che appartengono ad un mondo distaccato da quello in cui
viviamo, più subite che accettate con consapevolezza e
responsa-bile libertà.
Guardiamo i fatti. Nel nostro Paese, quando un bambino nasce,
quasi tutte le famiglie lo portano in chiesa perché venga
battezzato. Poi, verso i setto-otto anni, quasi tutti i bambini
celebrano la Prima Confessione e ricevono la Prima Comunione. Più
tardi la maggior parte di loro riceve la Cre-sima. Ancora:
parecchi si sposano in chiesa. Quando un malato si aggrava, c'è
chi si preoccupa di chiamare il prete per l'Unzione dei malati. Se
a tutto questo aggiungiamo la celebrazione del sacra-mento
dell'Ordine, abbiamo l'elenco completo dei Sacramenti: Battesimo,
Cresima o Confermazio-ne, Eucaristia, Penitenza o Riconciliazione,
Unzione dei malati, Ordine e Matrimonio.
Ma cosa sono propriamente questi sacramenti? Di cosa si tratta?
Interroghiamo il catechismo della Chiesa cattolica (n. 1131):
"I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da
Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene
elargita la vita divina. I riti visibili con i quali i sacramenti
sono celebrati significano e realizzano le grazie pro-prie di
ciascun sacramento. Essi portano frutto in coloro che li ricevono
con le disposizioni richieste".
Sono i gesti di salvezza che il Signore compie per il suo popolo.
Parole, segni, gesti simbolici, mistero: ecco le componenti di
ogni sacramento.
Parole: nella celebrazione di ogni sacramento, con la sua Parola,
il Signore ci manifesta cosa in-tende compiere, qual è la sua
intenzione di salvezza.
Segni: il Signore non comunica soltanto con la parola, ma anche
con vari segni, cioè con realtà prese dal creato.
Gesti simbolici: nella Liturgia, parole e segni devono essere
visti in movimento. Si tratta di com-prenderne il significato
mediante un gesto che ha valore simbolico, rimanda cioè ad
un'intenzione di salvezza.
Mistero: nell'assemblea liturgica la parola e il segno, attraverso
il gesto, rendono visibile il mi-stero, cioè l'azione di salvezza
che si attua in ogni sacramento.
La Chiesa riceve i sacramenti come dono del Signore. Li tramanda
con amore, li compie con fe-de, perché crede che in essi si
rinnova e si diffonde la salvezza che si irradia dalla Pasqua. Li
cir-conda di onore e venerazione perché sono i momenti più
importanti della propria vita.
Oggi però si riscontrano non poche difficoltà nel cogliere il
significato e il valore dei sacramenti nella vita cristiana. Ciò
che fa problema è il senso e il perché dei sacramenti. I motivi
sono vari (modo di celebrare i sacramenti, reazione a una forma
storica di vivere il cristianesimo in cui si so-pravvalutava
l'aspetto rituale a scapito di quello dottrinale e morale,
secolarizzazione, mancanza in molti cristiani del senso di
appartenenza alla Chiesa). Ci troviamo oggi di fronte a un certo
"pregiu-dizio antirituale". Si tratta cioè di una sorta di
istintiva diffidenza (che può diventare anche conte-stazione e
rifiuto) verso tutto ciò che appare come puro formalismo, vuota
tradizione.
Diventa quindi importante e fondamentale interrogarci: Perché i
Sacramenti? Qual è la loro fun-zione, il loro senso all'interno
della vita cristiana?
Tanto per cominciare: per comprendere meglio il perché dei
sacramenti della fede occorre pren-dere un certo distacco da essi
e cominciare ad osservarli dal di fuori, con lo sguardo neutrale
di chi nota che nel mondo ci sono tante religioni e che ognuna di
esse ha i suoi riti, le sue celebrazioni, le sue feste. Pensiamo
in particolare ai riti legati ai momenti più significativi della
vita: la nascita, il matrimonio, la morte. I sacramenti, quindi,
non sono un mondo a sé: fanno invece parte di quel fe-nomeno più
vasto di comportamento umano che sono i riti religiosi in
generale.
Ma neppure i riti religiosi sono un fenomeno a se stante, senza
rapporto con altri aspetti della vi-ta e del comportamento umano
al di fuori dell'ambito religioso. Infatti, troviamo dei riti
anche in altri settori dell'esistenza umana (es.: in piazza, allo
stadio, in casa …), perché la festa, la celebra-zione, il rito non
sono esclusivi del campo religioso. Si celebrano infatti
anniversari, onomastici, nozze d'oro, festa nazionali e
internazionali … in cui si rileva senza dubbio un comportamento
ri-tuale.
I sacramenti cristiani si inseriscono di fatto nel più vasto
ambito dei riti religiosi; e questi si col-locano a loro volta nel
contesto ancora più vasto del comportamento rituale, in quanto
modo caratte-ristico dell'agire umano.
Allora, per comprendere i sacramenti, occorre rispondere a tre
ordini di domande:
- Cos'è un rito? A che cosa servono i riti?
- Quale funzione svolgono i riti nell'ambito religioso? Come mai
tutte le religioni fanno uso così abbondante di riti?
- Che significato ha la presenza dei riti nel cristianesimo?
Per giungere a capire i sacramenti nell'ambito cristiano, è
indispensabile considerarli dal punto di vista antropologico, cioè
come gesti umani concreti, inseriti nel quadro complessivo
dell'esistenza e dell'attività dell'uomo. Infatti, i sacramenti
(come dicevano gli antichi) sono fatti per l'uomo: non solo nel
senso che servono alla santificazione e alla salvezza dell'uomo,
ma nel senso che sono a misura dell'uomo, rispondono ad
un'esigenza umana. In altri termini: i sacramenti della fede non
sono imposti all'uomo dall'alto e dal di fuori come realtà
estranea a se stesso e al suo agire, ma si innestano su quel
particolare aspetto dell'esperienza umana che è il comportamento
rituale.
1 - Che cos'è un rito?
Nel linguaggio comune, questa parola richiama "un comportamento
sociale ripetitivo e/o stereo-tipo", che comporta di solito una
certa nota di inutilità.
Se ci guardiamo intorno, scopriamo che nel mondo non sembra
esserci popolo la cui attività si limiti a comportamenti di tipo
pratico, tecnico, utilitaristico. Gli uomini, cioè, non fanno solo
cose necessarie, indispensabili o concretamente utili a qualche
cosa. Ad es.: notiamo il comportamento di determinati popoli,
soprattutto primitivi, che compiono azioni strane, a volte
addirittura dannose, irragionevoli, assurde: animali "sacrificati
agli dèi" invece di essere mangiati in tempo di fame, ta-tuaggi
sul volto e sul corpo, danze ossessive ed estenuanti …
Un esempio. È la descrizione di una scena che si svolge presso i
pastori del Kaisut, in Kenya:
"È quasi l'ora del tramonto. Di fronte a ogni capanna c'è un
piccolo gruppo di uomini e di bambini e in mezzo ad essi c'è un
capretto bianco. Ciascuno lo tocca appena con una verga di legno
per liberarsi dalle colpe trasmet-tendole ad esso; subito dopo
avviene il sacrificio. Poi il primogenito della famiglia … intinge
il dito nel sangue della vittima e unge con esso la fronte degli
astanti" (Cazeneuve).
Si deve sottolineare che questo genere di azioni, nell'ambito di
un determinato popolo, tribù … si ripetono in circostanze analoghe
in modo sempre uguale, secondo norme fisse che vengono seguite in
modo più o meno rigido. Da questo punto di vista, si potrebbe
definire il rito "un'azione che si ripete secondo regole
invariabili e la cui esecuzione non sembra produrre effetti utili"
(Cazeneuve).
Però di cose "strane e inutili" se ne fanno e se ne ripetono anche
ai nostri giorni e nella nostra stessa società. Ci si è mai
chiesto, ad es., che cosa se ne fa il Milite ignoto di tutte le
corone di alloro che vengono deposte sulla sua tomba? O a cosa
serva fare cin cin con il bicchiere di spumante? o che senso hanno
i botti di Capodanno? Perché si compiono pellegrinaggi a Roma o
alla Mecca? Perché le processioni, i cortei, le parate militari?
Che senso hanno il cerimoniale di apertura dei gio-chi olimpici,
l'inaugurazione di un monumento ai caduti, il taglio del nastro
per l'apertura di un centro per anziani? … I riti sono cose del
genere. Il comportamento rituale costituisce un fatto uni-versale
presso gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Ancora: si possono scoprire vari comportamenti ritualizzati anche
nella nostra vita quotidiana: convenzioni, abitudini, modi di fare
comuni, regole di cortesia costituiscono in realtà dei mini-riti.
Per es., il saluto, la stretta di mano, il dare la precedenza
nell'entrare in un locale. Ci sono tanti pic-coli riti, anche se
non ci facciamo caso.
2 - Perché i riti?
Per rispondere a questa domanda, occorre osservare il
comportamento dell'uomo fin dalle origi-ni. Si nota che l'uomo non
si accontenta di mangiare, bere, dormire, riprodursi. Si
interroga, si pone dei perché, da sempre. In un modo o nell'altro,
il comportamento rituale appare sempre connesso a quegli aspetti
della vita e della realtà che comportano una dimensione di
mistero, che sfuggono alla conoscenza e al controllo diretto e
verificabile direttamente dell'uomo.
L'uomo, infatti, trova la risposta ai grandi interrogativi
dell'esistenza al di là dell'ambito pura-mente materiale, al di
sopra della sua esperienza terrena. Trova la sua risposta in Dio.
A Lui si affi-da, con Lui si mette in contatto. E fa questo in
vari modi: il rito è uno di questi modi, perché il rito è un modo
di comunicare con l'Assoluto.
3 - Che significato hanno i riti nel cristianesimo?
"Il rito religioso autentico nasce fondamentalmente dalla
consapevolezza che l'esistenza dell'uomo non si esau-risce nei
beni di consumo, scienza, tecnica, politica, strutture sociali,
ecc., ma viene confrontata con un'altra real-tà nella quale tutta
l'esistenza è immersa e senza la quale non è possibile, in ultima
analisi, conferirle un signifi-cato permanente. Di volta in volta
questa realtà viene chiamata l'Altro, il Sacro, la Trascendenza,
l'Ordine tra-scendente, il Divino, l'ineffabile Mistero che
circonda il nostro essere, ecc. La radice del rito religioso non è
dunque una celebrazione .. di ciò che l'uomo cerca, fa e realizza,
ma sta invece nel fatto che …, superando l'idea della
realizzazione dell'uomo per la sola opera umana, l'uomo si apre al
Mistero della trascendenza" (Gevaert).
L'esperienza religiosa non potrà mai fare a meno dei riti.
I sacramenti, che sono inscindibili dal rito, trovano quindi il
loro fondamento nell'esperienza umana, in cui si ravvisano
molteplici comportamenti rituali (il rito fa parte della vita).
Ma anche i vari elementi o gesti che caratterizzano i diversi
sacramenti hanno a che fare con la vita umana. Infatti, il segno
sacramentale si presenta, prima di tutto, nella sua identità umana
con un significato che, comunemente, gli è attribuito nel
linguaggio usuale: ad es. l'acqua purifica, il pane nutre …
Richiama cioè un insieme di esperienze e di relazioni che si
iscrivono nelle realtà quotidia-ne. Nel segno sacramentale, il
significato umano è e deve essere sempre il primo ad imporsi per
la sua evidenza e la sua immediatezza. Non è quindi possibile
comprendere i segni liturgici se non si è attenti a tutti quei
gesti che, nella vita dell'uomo, sono mezzi di espressione e di
comunicazione. Dimenticando questo, si rischia di prefabbricare
significati vuoti ed artificiali, perché lontani dalla vita. Il
sacramento, in questo modo, si presenta come avvenimento umano in
cui, alla luce della fe-de, si attualizza un mistero di salvezza:
ad es. il banchetto eucaristico diventa segno di comunione con il
Signore. La scelta dei segni liturgici non è arbitraria, perché il
sacramento assume, fa proprio e arricchisce, in un altro ordine di
relazione, il significato umano: nei sacramenti, infatti, entra in
gioco la grazia di Dio, il suo Spirito che danno un nuovo e
diverso significato alle realtà e ai com-portamenti umani.
La catechesi introduce i ragazzi alla celebrazione dei sacramenti
operando un raccordo con l'esperienza umana dei gesti e dei segni
che, fondamentalmente, costituisce la base per un'esperienza
religiosa sentita e partecipata. È indispensabile, quindi,
individuare le radici umane dei segni liturgici e sacramentali.
Nella catechesi è necessario, quindi, approfondire il simbolismo
insito in alcuni gesti quotidiani particolarmente densi di
significato, segni che poi si incontreranno anche nella
celebrazione sacramentale. Quali gesti? Quali atteggiamenti? Il
Direttorio della Messa dei fanciulli (n. 9) così si esprime:
"Coloro pertanto che rivestono un compito educativo dovranno
concordemente ed efficacemente adoperarsi per-ché i fanciulli, i
quali hanno già innato un certo qual senso di Dio e delle cose
divine, facciano anche, secondo l'età e lo sviluppo raggiunto,
l'esperienza concreta di quei valori umani che sono sottesi alla
celebrazione eucari-stica, quali l'azione comunitaria, il saluto,
la capacità di ascoltare, quella di chiedere e accordare il
perdono, il ringraziamento, l'esperienza di azioni simboliche, il
clima di un banchetto tra amici, la celebrazione festiva".
Educare a comprendere e a vivere i sacramenti implica il compito
da parte dei catechisti di sti-molare i ragazzi a vivere con
autenticità le relazioni umane aiutandoli a collegarle con le
celebra-zioni sacramentali, in modo che non le considerino
un'esperienza a loro estranea, ma familiare, vi-cina.
A questo punto si aprirebbe tutto il discorso sull'Eucaristia, che
non è possibile sviluppare in questo momento. Richiamo solo la
dimensione comunitaria che deve caratterizzare questo sacra-mento
(come del resto anche gli altri). È necessario acquisire la
mentalità che la nota fondamentale di questa azione liturgica non
è quella personale e privata, ma quella comunitaria. Questo lo si
do-vrebbe capire da una serie di atteggiamenti di coloro che
partecipano alla celebrazione eucaristica: prendere posto accanto
agli altri, senza isolarsi; compiere ogni gesto insieme agli altri
(rispondere insieme, cantare insieme, assumere gli stessi
atteggiamenti del corpo …). La dimensione comunita-ria deve essere
visibile e percepibile in modo chiaro.
3 - PREGHIERA IN CASA
La prima scuola di preghiera è la famiglia. La famiglia infatti è
stata definita "Chiesa domesti-ca": la preghiera fatta insieme le
permette di manifestarsi come tale.
È importante per i genitori pregare con i figli, ancora più
importante che i bambini vedano i geni-tori a pregare: questo può
attirare la loro attenzione. I figli chiedono e vogliono sapere:
questo può essere un'occasione concreta per iniziarli alla
preghiera.
Oggi in molte famiglie, pur essendo battezzati i figli, viene
tralasciato il compito di educare alla fede: non si prega, non si
partecipa alla Messa … Una famiglia che si dice cristiana e non
prega è in aperta contraddizione con se stessa.
Siamo tutti convinti delle difficoltà che si incontrano a questo
proposito. Poco tempo a disposi-zione, tanti impegni oltre il
lavoro, ribellione da parte dei figli, impressione che ci sono
altre cose più urgenti da sbrigare …
Eppure la Chiesa ha richiamato con insistenza l'importanza
insostituibile del pregare in famiglia. In caso contrario, rischia
di perdere la sua originalità e la sua identità, di tradire al sua
vocazione e di venire meno al compito che Dio le ha affidato.
Pregare è indispensabile per i cristiani; lo è anche per la
famiglia.
La preghiera dei cristiani non è solo individuale, ma si apre a
quella comunitaria e liturgica; ne deriva che la preghiera in
famiglia diventa uno dei modi più opportuni per potersi inserire
nella pre-ghiera di tutta la Chiesa. È quindi importante che i
bambini abbiano la possibilità di pregare con gli adulti a
cominciare dalla propria casa.
La prima fonte della preghiera è senza dubbio la Sacra Scrittura.
Poi c'è la Liturgia, la preghiera di tutta la Chiesa.
E infine c'è tutto l'insieme di preghiere che la Tradizione ci ha
donato.
Cfr. le varie preghiere tradizionali che conservano tutto il loro
valore: Ti adoro, Atto di fede, At-to di speranza, Atto di carità,
Atto di dolore, Angelo di Dio, L'eterno riposo …, riportate anche
nei testi dei catechismi italiani.
Richiamo l'attenzione su due sussidi recenti offerti alla Chiesa
italiana:
1 - CEI, La preghiera in famiglia, a cura dell'Ufficio Liturgico
Nazionale.
Si tratta di "una scelta di preghiere ritenute utili nel momento
presente per le necessità spirituali e pastorali della famiglia"
(pag. 17).
All'inizio si trovano le preghiere comuni della Tradizione
cristiana (parte prima), si dà poi spazio alla preghiera che
accompagna la celebrazione dei Sacramenti (Parte seconda), la
Liturgia delle Ore (parti terza e quarta), l'Anno liturgico (parte
quinta), la preghiera a Maria e ai Santi e la preghiera per i
defunti (parte sesta), infine sono proposte preghiere per le varie
circostanze della vita familia-re, ecclesiale e sociale (parte
settima, ottava e nona). Come gesto di apertura della preghiera
viene proposto il segno della Croce (pagg. 24-25), come chiusura
il segno dell'Amen (280-281), che è il sigillo della fede.
2 - Il Benedizionale (1992).
È il libro liturgico "che tocca più da vicino gli aspetti feriali
e festivi della vita umana nella di-mensione individuale,
familiare e sociale, e insieme investe il rapporto uomo-creazione"
(n. 5 della Presentazione). Si divide in cinque parti:
- benedizioni delle persone
- benedizioni per le dimore e le attività dell'uomo
- benedizioni di luoghi, arredi e suppellettili
- benedizioni riguardanti la devozione popolare
- benedizioni per diverse circostanze.
Nella prima parte (capp. 12-19), il Benedizionale propone alcuni
schemi di preghiera e benedi-zione per le diverse categorie di
persone presenti in famiglia; nel cap. 37 si trova una serie di
pre-ghiere di benedizione della mensa. È bene infatti che i
cristiani che si siedono a mensa rendano gra-zie alla provvidenza
di Dio per il pane quotidiano che da Lui ricevono.
Le preghiere riportate nel benedizionale sono distinte a seconda
dei tempi liturgici, con lo scopo di "dare alla benedizione una
nota più corrispondente al clima penitenziale o festivo" (n.
1125).
La preghiera in famiglia può contribuire senz'altro a ridare alla
famiglia stessa la sua fisionomia: unità e amore, perché in essa
si rispecchia il volto del Padre. |