Dal primo segno di croce all'Eucarestia
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La vita cristiana si presenta come un cammino, che incomincia dal Battesimo, prima Pasqua, rag-giunge il suo vertice nell'Eucaristia, memoriale della Pasqua, e termina con il passaggio da questo mondo al Padre, l'ultima Pasqua. I tre punti che si tratteranno sono un invito a compiere dei passi graduali, ma continui, per vivere con pienezza e autenticità la nostra fede e aiutare i bambini e i ra-gazzi a fare altrettanto. Ovviamente con l'aiuto di Dio.

1 - INTERIORIZZARE IL SEGNO DI CROCE

Il segno di croce, compiuto dal cristiano su di sé, è una delle pratiche cristiane primitive più uni-versalmente testimoniate. Fin dal sec. III (ma forse anche dall'età apostolica) è praticato comune-mente, frequentemente. Scrive Tertulliano (+ 220): "Se ci mettiamo in cammino, se usciamo ed en-triamo, se ci vestiamo, se ci laviamo o andiamo a tavola, a letto, se ci poniamo a sedere, in queste e in tutte le nostre azioni ci segniamo in fronte con il segno della Croce". Con tutta probabilità si in-tendeva commemorare la propria rinascita in Cristo, per affermare che si apparteneva a Cristo. 
L'attuale segno di croce sulla fronte, sul petto e sulle spalle è più recente (è entrato nella liturgia solo nel sec. XVI, anche se praticato molto prima) rispetto agli altri come quello compiuto sulla fronte, sulle labbra, sulla bocca (al Vangelo) o l'altro con tre dita (usato dal Papa e dai Vescovi), oppure la semplice croce fatta sulla fronte, su un oggetto …
Inizialmente il segno di croce diceva semplice riferimento a Cristo e richiamava l'evento batte-simale. 
Le parole "Nel nome del Padre …" provengono da Mt 28,19 e dal sec VII fanno parte della for-mula battesimale: "Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo". Le parole che pronunciamo facendo il segno della croce ci riconducono quindi al Battesimo, che abbiamo ri-cevuto con l'invocazione delle Tre Persone divine. 
Dunque il segno di croce diventa una professione di fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, quindi nella Trinità. Diventa anche una professione di fede in Cristo che si è incarnato, è morto in croce per salvarci ed è risorto. 
In altre parole: "Il segno di croce evoca e professa con le parole e con il gesto i due principali misteri della fede: Unità e Trinità di Dio - Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo" (Catechismo dei giovani/1 "Io ho scelto voi", pag. 353).
Nel Medioevo, ogni volta che si benedicevano, con il segno della croce, le persone e le cose, si usavano le parole della formula battesimale: si invocava Dio fonte di ogni benedizione. In questo modo la formula trinitaria battesimale, unita al segno di croce, si è introdotta come abitudine comu-ne per l'inizio e la conclusione di ogni azione liturgica, a partire dalla Messa. 
Il segno di croce ricorda ai fedeli di essere stati redenti dalla croce di Gesù; non solo: attesta an-che che la croce non avrebbe senso se non fosse stata accettata liberamente dal Cristo, il Figlio di Dio che si è incarnato "per noi uomini e per la nostra salvezza" (Simbolo di fede). Il segno di croce con l'invocazione della Trinità è quindi una preziosa eredità: ci richiama alla nostra dignità e realtà battesimale e fa da ponte tra Battesimo ed Eucaristia.
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Anche oggi all'inizio del rito del Battesimo viene compiuto sulla fronte del battezzando, con il pollice, un segno di croce: gesto che indica l'appartenenza a Cristo e l'accoglienza della comunità cristiana, un "sigillo", impresso sul nuovo credente, un marchio o segno di riconoscimento, un se-gno di protezione per coloro che sono stati sottratti dalle tenebre e sono entrati nella luce del Cristo Risorto.
È un gesto che significa la grazia della redenzione e della salvezza che Cristo ci ha donato per mezzo della sua croce.
Tutta la vita del cristiano è contrassegnata dalla croce di Cristo, per cui non c'è da meravigliarsi se la croce è presente ovunque. Non si tratta di una specie di dolorismo religioso caro alla Chiesa, identificando la croce esclusivamente con il dolore, la sofferenza, la rinuncia, la fatica, o, peggio ancora, con la tristezza. Si tratta invece di uno sguardo pasquale, caratterizzato dall'amore che ci salva, non eliminando la sofferenza e la morte, ma trasfigurandole.
La croce è il segno di Gesù Cristo; è il segno della vittoria definitiva di Cristo che va portata con gioia e testimoniata con coraggio.
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Se inizialmente il segno di croce era semplicemente un riferimento a Cristo e richiamava il Battesimo, in seguito si è approfondito il valore redentivo della Croce, strumento della nostra salvezza e sorgente di ogni benedizione.
Lo strumento del supplizio di Gesù è diventato il simbolo della Redenzione, segno perfetto dell'amore di Dio per noi e dell'amore del Figlio per il Padre.
Per cogliere adeguatamente il significato della croce, occorre rifarsi alla celebrazione vespertina del Venerdì Santo e alla tonalità di vittoria che la caratterizza.
Anche se la Liturgia accentua l'aspetto di gloria, non ci si deve comunque dimenticare dell'aspetto di scandalo che la croce porta in sé, unito al dramma della sofferenza del Messia, il Giusto per eccellenza. La croce trasmette nei secoli una parola che è stata e resta follia (cfr 1 Cor 1,18): "Cristo Crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani"(1 Cor 1,23). Vedere la cro-ce, accoglierla è accogliere un segno scandaloso, crudele, spregevole. Nel silenzio in cui si contem-pla la croce, il legno non è solo speranza gloriosa.
La croce è anche un simbolo cosmico. Per gli antichi cristiani, la croce era ovunque. Nella croce di Cristo, tutto il cosmo è assunto e trasfigurato: l'Est, l'Ovest, il Nord e il Sud sono ricapitolati, ri-condotti all'armonia assoluta, salvati e riconciliati. Ireneo così si esprime parlando della croce co-smica: 
"Il Verbo … in forza dell'obbedienza che accettò fino alla morte pendendo dall'albero, ha annullato l'antica di-sobbedienza consumata sull'albero. Egli stesso è il Verbo di Dio onnipotente, che nello stato di invisibilità si è diffuso nell'universo intero e ne abbraccia la lunghezza, la larghezza, l'ampiezza e la profondità. In queste di-mensioni fu crocifisso il Figlio di Dio già impresso sull'universo a forma di croce mostrando chiaramente, nella forma visibile, la sua attività consistente nell'illuminazione dell'altezza cioè di ciò che è nei cieli, nello scrutare le profondità, cioè i meandri della terra, nell'estensione della lunghezza dall'Oriente all'Occidente, nel governo come di un pilota della regione (dell'Ovest) e dell'ampiezza del Sud e nella chiamata alla conoscenza del Padre di tutti gli uomini ovunque dispersi".
La croce che viene presentata al Venerdì Santo manifesta così l'universale corpo di Cristo in croce che abbraccia il cosmo unificando non solo il cielo, la terra e il sottoterra, ma anche tutte le creature. La croce del Venerdì Santo è canto di speranza ("nella speranza siamo stati salvati", Rm 8,24): speranza per la creazione "che attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio" (Rm 8,19) e ancora geme e soffre in un parto doloroso; speranza per tutti noi che aspettiamo "la reden-zione del nostro corpo" (Rm 8,23). Nella croce di Cristo si riflette tutto; in essa è tutto il cosmo che viene mostrato.
La croce è letta anche come Albero della vita. Questo simbolo, senza dubbio uno dei più diffusi, affonda le sue radici nella Scrittura, a cominciare dal libro della Genesi (cfr l'albero della vita col-locato nell'Eden). 
La nobiltà del legno della croce consiste principalmente nel fatto che comunica la linfa vitale della salvezza e porta frutti abbondanti. Il riferimento dell'Albero della croce all'albero della vita del Paradiso terrestre mette in luce che la vitalità comunicata dalla croce è l'immortalità. Dopo il peccato originale, Dio aveva dato questo comando: "Egli non stenda la sua mano e non prenda an-che dall'albero della vita sì che ne mangi e viva in eterno" (Gn 3,23). Ora questo comando viene abolito per opera del Figlio di Dio e l'immortalità è nuovamente data.
Nella sua crude realtà, la croce del Venerdì Santo è accolta come Albero della vita, che dona una vita senza fine.
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"Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo …": queste parole dovrebbero essere pro-nunciate sempre con molto rispetto, con senso di responsabilità. Queste parole sono state pronuncia-te su di noi al momento del Battesimo. In un certo senso ci hanno segnati per sempre. Infatti con il Battesimo tutta la nostra vita è posta sotto il segno della croce di Cristo, che è al tempo stesso il se-gno della Trinità. Questo segno è senza ombra di dubbio molto più importante e decisivo, per la no-stra vita, che non quelli dello Zodiaco, con tutte le relative stupidaggini di oroscopi generali e per-sonalizzati.
Il segno della croce è il segno distintivo del cristiano, è come la sintesi concentrata di tutta la fe-de. Fare il segno della croce significa interpretare la nostra vita in rapporto a questa fede: "Noi ab-biamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi … In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui … Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono dello Spirito …" (1Gv 4,9-16).
Fare il segno di croce ci deve ricordare che la nostra vita cristiana è un invito continuo a seguire Gesù sulla via della croce, la via dell'ubbidienza assoluta alla volontà del Padre. Del resto anche Gesù ha sempre considerato la sua vita come orientata verso la croce.
Questo simbolo cristiano deve quindi essere tenuto sempre in grande considerazione. Già l'enciclica "Mediator Dei" di Pio XII (1947) reagiva contro la tendenza di sostituire l'immagine del Crocifisso con quella del Cristo glorioso. Infatti, non si deve mai dimenticare che la sequela di Gesù su questa terra inevitabilmente implica lotta e sacrificio. Questo non significa però che il cristiano vive una religiosità passiva, oppure una rassegnazione totale (come rinuncia alla lotta contro il ma-le). Occorre ricordarsi che il credente si deve sentire impegnato a promuovere il Regno di giustizia, di amore e di pace ad imitazione di Cristo stesso, nonostante le persecuzioni e le sofferenze a cui va inevitabilmente incontro quando si vogliono perseguire determinati ideali.
Il segno di croce non si deve mai maltrattare (cfr. il modo affrettato e maldestro con cui lo si compie spesso, quasi a scacciare le mosche), e tanto meno strumentalizzarlo (cfr. fare il segno di croce al alta voce per ottenere il silenzio; oppure prima di un incontro sportivo, calcio, di pugilato o altro …). 
Ascoltiamo Romano Guardini:
"Quando fai il segno della croce, fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare. No, un segno di croce giusto, cioè lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all'altra. Senti come esso ti abbraccia tutto? Raccogliti dunque bene; raccogli in questo segno tutti i pensieri e tutto l'animo tuo … Perché è il segno della totalità ed è il segno della Redenzione … È il segno più santo che ci sia" (da "I santi segni").
È dunque necessario fare bene il segno di croce. Ogni gesto liturgico infatti deve essere bello e semplice, senza precipitazione. 
Si racconta che Santa Bernardetta durante le visioni dell'Immacolata aveva un modo di segnarsi impressionante: non si potevano dimenticare la profonda concentrazione, né la dignità che il suo ge-sto manifestava. San Leone Magno diceva ai fedeli di Roma: "Riconosci, o cristiano, la tua digni-tà". 
Fare bene il segno di croce è sempre un'espressione di nobiltà cristiana, un atto di fede viva. Senza questa convinzione, i gesti liturgici, tutti senza eccezione, sono vuoti.

2 - I PASSI PER COMPRENDERE E VIVERE I SACRAMENTI

Parlare di sacramenti è sempre difficile. Si rischia di parlare di "cose" che appartengono ad un mondo distaccato da quello in cui viviamo, più subite che accettate con consapevolezza e responsa-bile libertà. 
Guardiamo i fatti. Nel nostro Paese, quando un bambino nasce, quasi tutte le famiglie lo portano in chiesa perché venga battezzato. Poi, verso i setto-otto anni, quasi tutti i bambini celebrano la Prima Confessione e ricevono la Prima Comunione. Più tardi la maggior parte di loro riceve la Cre-sima. Ancora: parecchi si sposano in chiesa. Quando un malato si aggrava, c'è chi si preoccupa di chiamare il prete per l'Unzione dei malati. Se a tutto questo aggiungiamo la celebrazione del sacra-mento dell'Ordine, abbiamo l'elenco completo dei Sacramenti: Battesimo, Cresima o Confermazio-ne, Eucaristia, Penitenza o Riconciliazione, Unzione dei malati, Ordine e Matrimonio.
Ma cosa sono propriamente questi sacramenti? Di cosa si tratta? 
Interroghiamo il catechismo della Chiesa cattolica (n. 1131): 
"I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina. I riti visibili con i quali i sacramenti sono celebrati significano e realizzano le grazie pro-prie di ciascun sacramento. Essi portano frutto in coloro che li ricevono con le disposizioni richieste".
Sono i gesti di salvezza che il Signore compie per il suo popolo. Parole, segni, gesti simbolici, mistero: ecco le componenti di ogni sacramento. 
Parole: nella celebrazione di ogni sacramento, con la sua Parola, il Signore ci manifesta cosa in-tende compiere, qual è la sua intenzione di salvezza.
Segni: il Signore non comunica soltanto con la parola, ma anche con vari segni, cioè con realtà prese dal creato.
Gesti simbolici: nella Liturgia, parole e segni devono essere visti in movimento. Si tratta di com-prenderne il significato mediante un gesto che ha valore simbolico, rimanda cioè ad un'intenzione di salvezza.
Mistero: nell'assemblea liturgica la parola e il segno, attraverso il gesto, rendono visibile il mi-stero, cioè l'azione di salvezza che si attua in ogni sacramento.
La Chiesa riceve i sacramenti come dono del Signore. Li tramanda con amore, li compie con fe-de, perché crede che in essi si rinnova e si diffonde la salvezza che si irradia dalla Pasqua. Li cir-conda di onore e venerazione perché sono i momenti più importanti della propria vita.
Oggi però si riscontrano non poche difficoltà nel cogliere il significato e il valore dei sacramenti nella vita cristiana. Ciò che fa problema è il senso e il perché dei sacramenti. I motivi sono vari (modo di celebrare i sacramenti, reazione a una forma storica di vivere il cristianesimo in cui si so-pravvalutava l'aspetto rituale a scapito di quello dottrinale e morale, secolarizzazione, mancanza in molti cristiani del senso di appartenenza alla Chiesa). Ci troviamo oggi di fronte a un certo "pregiu-dizio antirituale". Si tratta cioè di una sorta di istintiva diffidenza (che può diventare anche conte-stazione e rifiuto) verso tutto ciò che appare come puro formalismo, vuota tradizione.
Diventa quindi importante e fondamentale interrogarci: Perché i Sacramenti? Qual è la loro fun-zione, il loro senso all'interno della vita cristiana? 
Tanto per cominciare: per comprendere meglio il perché dei sacramenti della fede occorre pren-dere un certo distacco da essi e cominciare ad osservarli dal di fuori, con lo sguardo neutrale di chi nota che nel mondo ci sono tante religioni e che ognuna di esse ha i suoi riti, le sue celebrazioni, le sue feste. Pensiamo in particolare ai riti legati ai momenti più significativi della vita: la nascita, il matrimonio, la morte. I sacramenti, quindi, non sono un mondo a sé: fanno invece parte di quel fe-nomeno più vasto di comportamento umano che sono i riti religiosi in generale.
Ma neppure i riti religiosi sono un fenomeno a se stante, senza rapporto con altri aspetti della vi-ta e del comportamento umano al di fuori dell'ambito religioso. Infatti, troviamo dei riti anche in altri settori dell'esistenza umana (es.: in piazza, allo stadio, in casa …), perché la festa, la celebra-zione, il rito non sono esclusivi del campo religioso. Si celebrano infatti anniversari, onomastici, nozze d'oro, festa nazionali e internazionali … in cui si rileva senza dubbio un comportamento ri-tuale.
I sacramenti cristiani si inseriscono di fatto nel più vasto ambito dei riti religiosi; e questi si col-locano a loro volta nel contesto ancora più vasto del comportamento rituale, in quanto modo caratte-ristico dell'agire umano.
Allora, per comprendere i sacramenti, occorre rispondere a tre ordini di domande:
- Cos'è un rito? A che cosa servono i riti?
- Quale funzione svolgono i riti nell'ambito religioso? Come mai tutte le religioni fanno uso così abbondante di riti?
- Che significato ha la presenza dei riti nel cristianesimo?
Per giungere a capire i sacramenti nell'ambito cristiano, è indispensabile considerarli dal punto di vista antropologico, cioè come gesti umani concreti, inseriti nel quadro complessivo dell'esistenza e dell'attività dell'uomo. Infatti, i sacramenti (come dicevano gli antichi) sono fatti per l'uomo: non solo nel senso che servono alla santificazione e alla salvezza dell'uomo, ma nel senso che sono a misura dell'uomo, rispondono ad un'esigenza umana. In altri termini: i sacramenti della fede non sono imposti all'uomo dall'alto e dal di fuori come realtà estranea a se stesso e al suo agire, ma si innestano su quel particolare aspetto dell'esperienza umana che è il comportamento rituale.
1 - Che cos'è un rito?
Nel linguaggio comune, questa parola richiama "un comportamento sociale ripetitivo e/o stereo-tipo", che comporta di solito una certa nota di inutilità.
Se ci guardiamo intorno, scopriamo che nel mondo non sembra esserci popolo la cui attività si limiti a comportamenti di tipo pratico, tecnico, utilitaristico. Gli uomini, cioè, non fanno solo cose necessarie, indispensabili o concretamente utili a qualche cosa. Ad es.: notiamo il comportamento di determinati popoli, soprattutto primitivi, che compiono azioni strane, a volte addirittura dannose, irragionevoli, assurde: animali "sacrificati agli dèi" invece di essere mangiati in tempo di fame, ta-tuaggi sul volto e sul corpo, danze ossessive ed estenuanti …
Un esempio. È la descrizione di una scena che si svolge presso i pastori del Kaisut, in Kenya: 
"È quasi l'ora del tramonto. Di fronte a ogni capanna c'è un piccolo gruppo di uomini e di bambini e in mezzo ad essi c'è un capretto bianco. Ciascuno lo tocca appena con una verga di legno per liberarsi dalle colpe trasmet-tendole ad esso; subito dopo avviene il sacrificio. Poi il primogenito della famiglia … intinge il dito nel sangue della vittima e unge con esso la fronte degli astanti" (Cazeneuve).
Si deve sottolineare che questo genere di azioni, nell'ambito di un determinato popolo, tribù … si ripetono in circostanze analoghe in modo sempre uguale, secondo norme fisse che vengono seguite in modo più o meno rigido. Da questo punto di vista, si potrebbe definire il rito "un'azione che si ripete secondo regole invariabili e la cui esecuzione non sembra produrre effetti utili" (Cazeneuve). 
Però di cose "strane e inutili" se ne fanno e se ne ripetono anche ai nostri giorni e nella nostra stessa società. Ci si è mai chiesto, ad es., che cosa se ne fa il Milite ignoto di tutte le corone di alloro che vengono deposte sulla sua tomba? O a cosa serva fare cin cin con il bicchiere di spumante? o che senso hanno i botti di Capodanno? Perché si compiono pellegrinaggi a Roma o alla Mecca? Perché le processioni, i cortei, le parate militari? Che senso hanno il cerimoniale di apertura dei gio-chi olimpici, l'inaugurazione di un monumento ai caduti, il taglio del nastro per l'apertura di un centro per anziani? … I riti sono cose del genere. Il comportamento rituale costituisce un fatto uni-versale presso gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Ancora: si possono scoprire vari comportamenti ritualizzati anche nella nostra vita quotidiana: convenzioni, abitudini, modi di fare comuni, regole di cortesia costituiscono in realtà dei mini-riti. Per es., il saluto, la stretta di mano, il dare la precedenza nell'entrare in un locale. Ci sono tanti pic-coli riti, anche se non ci facciamo caso.
2 - Perché i riti?
Per rispondere a questa domanda, occorre osservare il comportamento dell'uomo fin dalle origi-ni. Si nota che l'uomo non si accontenta di mangiare, bere, dormire, riprodursi. Si interroga, si pone dei perché, da sempre. In un modo o nell'altro, il comportamento rituale appare sempre connesso a quegli aspetti della vita e della realtà che comportano una dimensione di mistero, che sfuggono alla conoscenza e al controllo diretto e verificabile direttamente dell'uomo.
L'uomo, infatti, trova la risposta ai grandi interrogativi dell'esistenza al di là dell'ambito pura-mente materiale, al di sopra della sua esperienza terrena. Trova la sua risposta in Dio. A Lui si affi-da, con Lui si mette in contatto. E fa questo in vari modi: il rito è uno di questi modi, perché il rito è un modo di comunicare con l'Assoluto.
3 - Che significato hanno i riti nel cristianesimo?
"Il rito religioso autentico nasce fondamentalmente dalla consapevolezza che l'esistenza dell'uomo non si esau-risce nei beni di consumo, scienza, tecnica, politica, strutture sociali, ecc., ma viene confrontata con un'altra real-tà nella quale tutta l'esistenza è immersa e senza la quale non è possibile, in ultima analisi, conferirle un signifi-cato permanente. Di volta in volta questa realtà viene chiamata l'Altro, il Sacro, la Trascendenza, l'Ordine tra-scendente, il Divino, l'ineffabile Mistero che circonda il nostro essere, ecc. La radice del rito religioso non è dunque una celebrazione .. di ciò che l'uomo cerca, fa e realizza, ma sta invece nel fatto che …, superando l'idea della realizzazione dell'uomo per la sola opera umana, l'uomo si apre al Mistero della trascendenza" (Gevaert).
L'esperienza religiosa non potrà mai fare a meno dei riti.
I sacramenti, che sono inscindibili dal rito, trovano quindi il loro fondamento nell'esperienza umana, in cui si ravvisano molteplici comportamenti rituali (il rito fa parte della vita).
Ma anche i vari elementi o gesti che caratterizzano i diversi sacramenti hanno a che fare con la vita umana. Infatti, il segno sacramentale si presenta, prima di tutto, nella sua identità umana con un significato che, comunemente, gli è attribuito nel linguaggio usuale: ad es. l'acqua purifica, il pane nutre … Richiama cioè un insieme di esperienze e di relazioni che si iscrivono nelle realtà quotidia-ne. Nel segno sacramentale, il significato umano è e deve essere sempre il primo ad imporsi per la sua evidenza e la sua immediatezza. Non è quindi possibile comprendere i segni liturgici se non si è attenti a tutti quei gesti che, nella vita dell'uomo, sono mezzi di espressione e di comunicazione. Dimenticando questo, si rischia di prefabbricare significati vuoti ed artificiali, perché lontani dalla vita. Il sacramento, in questo modo, si presenta come avvenimento umano in cui, alla luce della fe-de, si attualizza un mistero di salvezza: ad es. il banchetto eucaristico diventa segno di comunione con il Signore. La scelta dei segni liturgici non è arbitraria, perché il sacramento assume, fa proprio e arricchisce, in un altro ordine di relazione, il significato umano: nei sacramenti, infatti, entra in gioco la grazia di Dio, il suo Spirito che danno un nuovo e diverso significato alle realtà e ai com-portamenti umani.
La catechesi introduce i ragazzi alla celebrazione dei sacramenti operando un raccordo con l'esperienza umana dei gesti e dei segni che, fondamentalmente, costituisce la base per un'esperienza religiosa sentita e partecipata. È indispensabile, quindi, individuare le radici umane dei segni liturgici e sacramentali. Nella catechesi è necessario, quindi, approfondire il simbolismo insito in alcuni gesti quotidiani particolarmente densi di significato, segni che poi si incontreranno anche nella celebrazione sacramentale. Quali gesti? Quali atteggiamenti? Il Direttorio della Messa dei fanciulli (n. 9) così si esprime: 
"Coloro pertanto che rivestono un compito educativo dovranno concordemente ed efficacemente adoperarsi per-ché i fanciulli, i quali hanno già innato un certo qual senso di Dio e delle cose divine, facciano anche, secondo l'età e lo sviluppo raggiunto, l'esperienza concreta di quei valori umani che sono sottesi alla celebrazione eucari-stica, quali l'azione comunitaria, il saluto, la capacità di ascoltare, quella di chiedere e accordare il perdono, il ringraziamento, l'esperienza di azioni simboliche, il clima di un banchetto tra amici, la celebrazione festiva".
Educare a comprendere e a vivere i sacramenti implica il compito da parte dei catechisti di sti-molare i ragazzi a vivere con autenticità le relazioni umane aiutandoli a collegarle con le celebra-zioni sacramentali, in modo che non le considerino un'esperienza a loro estranea, ma familiare, vi-cina. 
A questo punto si aprirebbe tutto il discorso sull'Eucaristia, che non è possibile sviluppare in questo momento. Richiamo solo la dimensione comunitaria che deve caratterizzare questo sacra-mento (come del resto anche gli altri). È necessario acquisire la mentalità che la nota fondamentale di questa azione liturgica non è quella personale e privata, ma quella comunitaria. Questo lo si do-vrebbe capire da una serie di atteggiamenti di coloro che partecipano alla celebrazione eucaristica: prendere posto accanto agli altri, senza isolarsi; compiere ogni gesto insieme agli altri (rispondere insieme, cantare insieme, assumere gli stessi atteggiamenti del corpo …). La dimensione comunita-ria deve essere visibile e percepibile in modo chiaro.

3 - PREGHIERA IN CASA

La prima scuola di preghiera è la famiglia. La famiglia infatti è stata definita "Chiesa domesti-ca": la preghiera fatta insieme le permette di manifestarsi come tale.
È importante per i genitori pregare con i figli, ancora più importante che i bambini vedano i geni-tori a pregare: questo può attirare la loro attenzione. I figli chiedono e vogliono sapere: questo può essere un'occasione concreta per iniziarli alla preghiera.
Oggi in molte famiglie, pur essendo battezzati i figli, viene tralasciato il compito di educare alla fede: non si prega, non si partecipa alla Messa … Una famiglia che si dice cristiana e non prega è in aperta contraddizione con se stessa.
Siamo tutti convinti delle difficoltà che si incontrano a questo proposito. Poco tempo a disposi-zione, tanti impegni oltre il lavoro, ribellione da parte dei figli, impressione che ci sono altre cose più urgenti da sbrigare … 
Eppure la Chiesa ha richiamato con insistenza l'importanza insostituibile del pregare in famiglia. In caso contrario, rischia di perdere la sua originalità e la sua identità, di tradire al sua vocazione e di venire meno al compito che Dio le ha affidato.
Pregare è indispensabile per i cristiani; lo è anche per la famiglia. 
La preghiera dei cristiani non è solo individuale, ma si apre a quella comunitaria e liturgica; ne deriva che la preghiera in famiglia diventa uno dei modi più opportuni per potersi inserire nella pre-ghiera di tutta la Chiesa. È quindi importante che i bambini abbiano la possibilità di pregare con gli adulti a cominciare dalla propria casa.
La prima fonte della preghiera è senza dubbio la Sacra Scrittura.
Poi c'è la Liturgia, la preghiera di tutta la Chiesa.
E infine c'è tutto l'insieme di preghiere che la Tradizione ci ha donato.
Cfr. le varie preghiere tradizionali che conservano tutto il loro valore: Ti adoro, Atto di fede, At-to di speranza, Atto di carità, Atto di dolore, Angelo di Dio, L'eterno riposo …, riportate anche nei testi dei catechismi italiani.
Richiamo l'attenzione su due sussidi recenti offerti alla Chiesa italiana:
1 - CEI, La preghiera in famiglia, a cura dell'Ufficio Liturgico Nazionale.
Si tratta di "una scelta di preghiere ritenute utili nel momento presente per le necessità spirituali e pastorali della famiglia" (pag. 17).
All'inizio si trovano le preghiere comuni della Tradizione cristiana (parte prima), si dà poi spazio alla preghiera che accompagna la celebrazione dei Sacramenti (Parte seconda), la Liturgia delle Ore (parti terza e quarta), l'Anno liturgico (parte quinta), la preghiera a Maria e ai Santi e la preghiera per i defunti (parte sesta), infine sono proposte preghiere per le varie circostanze della vita familia-re, ecclesiale e sociale (parte settima, ottava e nona). Come gesto di apertura della preghiera viene proposto il segno della Croce (pagg. 24-25), come chiusura il segno dell'Amen (280-281), che è il sigillo della fede.
2 - Il Benedizionale (1992). 
È il libro liturgico "che tocca più da vicino gli aspetti feriali e festivi della vita umana nella di-mensione individuale, familiare e sociale, e insieme investe il rapporto uomo-creazione" (n. 5 della Presentazione). Si divide in cinque parti:
- benedizioni delle persone 
- benedizioni per le dimore e le attività dell'uomo 
- benedizioni di luoghi, arredi e suppellettili 
- benedizioni riguardanti la devozione popolare
- benedizioni per diverse circostanze.
Nella prima parte (capp. 12-19), il Benedizionale propone alcuni schemi di preghiera e benedi-zione per le diverse categorie di persone presenti in famiglia; nel cap. 37 si trova una serie di pre-ghiere di benedizione della mensa. È bene infatti che i cristiani che si siedono a mensa rendano gra-zie alla provvidenza di Dio per il pane quotidiano che da Lui ricevono. 
Le preghiere riportate nel benedizionale sono distinte a seconda dei tempi liturgici, con lo scopo di "dare alla benedizione una nota più corrispondente al clima penitenziale o festivo" (n. 1125).
La preghiera in famiglia può contribuire senz'altro a ridare alla famiglia stessa la sua fisionomia: unità e amore, perché in essa si rispecchia il volto del Padre.