Generare ed educare alla fede
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Genitori e figli
È necessario, anzitutto, tracciare un triangolo, che ha come
riferimenti i genitori, i bambini (che poi crescono) e la
Comunità, o nel concreto, preferirei dire, i catechisti.
Il nostro lavoro è guardare dentro questo triangolo:
- per "bambini" intendiamo il fanciullo da quando nasce a quando
arriva agli incontri, alle elementari e poi alle medie, fino a
diventare un ragazzo;
- per genitori intendiamo papà e mamma quando ci sono tutti e due;
oppure papà-mamma col nonno e la nonna vicini, cioè la famiglia
più ampia. L'ultima cosa che può fare oggi un catechista è
immaginare "la famiglia" ideale. Ci sono le famiglie così come
sono, con i loro problemi. Allora, dicendo "genitori", non pensate
al papà e alla mamma "a posto", in regola; alcuni genitori hanno
una vita che scorre bene, altri vivono la malattia, altri ancora
si sono separati, oppure hanno in casa i nonni anziani e non hanno
tanto tempo per fare altre cose; molti devono lavorare all'estero
e tornano una volta ogni 15 giorni, eccetera… Considerate i
genitori nel legame con la famiglia.
- I catechisti siete voi, ad uno ad uno, ma come segno della
Comunità. Un catechista ha senso se è l'espressione di una vita
comunitaria.
Cominciamo ad affrontare le domande, che sono la miglior porta
d'accesso ad un problema.
Genitori e figli: quale rapporto?
Un rapporto che assume caratteristiche diverse a seconda che sia
descritto come rapporto tra i genitori e i figli, tra i genitori e
un solo figlio, tra un genitore solo e un figlio solo, tra un
genitore e vari figli.
Perché fare queste distinzioni? Perché i rapporti, soprattutto
quelli affettivi, risentono di tutte le varie interferenze che ci
sono, positive o negative. Un'interferenza positiva è la presenza,
per esempio, di un fratello; un'interferenza negativa è l'assenza
di un genitore.
Quale fede si trasmette?
Tra genitori e figli si può parlare di una fede condivisa? È
condivisa tra i genitori?
Voi stessi vi accorgete, parlando con un papà e una mamma, che a
volte tra i due non c'è la stessa fede, non c'è magari neppure la
medesima o simile partecipazione alla vita della parrocchia: uno
c'è e l'altro schiva.
Quando si afferma che si trasmette la fede, si trasmette la fede
dell'uno o dell'altro? E quante volte ad una mamma che partecipa
con i figli alla vita parrocchiale (Messa soprattutto),
corrisponde un papà che non partecipa?
La fede che comunichiamo, noi come catechisti, tutto quello che
diciamo loro, il parlato, la testimonianza, è quello che ricevono?
"Che cosa non ho fatto?" è una delle domande che attanaglia il
cuore dei papà e delle mamme, vedendo che un figlio, dopo essere
stato educato per tanti anni, prende una via diversa da quella
insegnata o rifiuta proprio la fede comunicata.
La fede che comunichiamo è proprio quella che ricevono? Ovvio che
non è sempre così, e dobbiamo capire perché.
La fede che noi comunichiamo è la fede in Gesù, il Cristo, morto e
risorto, è la fede della Chiesa? Nella notte di Pasqua, o ad un
Battesimo, rinnoviamo le promesse del Battesimo: dopo aver
ripetuto per tre volte "Credo", aggiungiamo "Questa è la nostra
fede, questa è la fede della Chiesa".
Ecco: la fede che comunichiamo è quella cristiana?
Perché questo dubbio? Perché c'è troppa gente, tra i cristiani,
che crede in un Dio diverso da quello del Vangelo, in un Dio che è
distratto da noi, oppure in un Dio che è tanto severo da pensare
all'uomo per punirlo, in un Dio che è incomprensibile nel dolore…
La fede che noi comunichiamo, annunciamo, testimoniamo, è la fede
cristiana, il Dio trinitario, dell'amore e della passione per
l'uomo?
Chi è il soggetto dell'IC?
Ovviamente "generare ed educare alla fede" ha un soggetto: Dio. È
Lui che genera e che educa alla fede! Però lo fa "attraverso",
mediante cose e persone… Tutto ciò che riceviamo dal Signore è
mediato dalla nostra umanità. La mediazione più alta, più evidente
è quella di Gesù, il grande Mediatore, l'immagine visibile del
Padre.
Così, tutta la vita della Chiesa e delle famiglie diventa molto
importante, perché Dio passa attraverso di essa. Dio non scavalca
un papà ed una mamma per porgere la fede. Corre il rischio di
passare attraverso loro, concreti come sono, e corre il rischio di
passare attraverso noi.
Questo è un mistero grande! Perché mai Dio, per incontrare un
altro, deve passare attraverso di me?
È chiaro che questa fiducia per noi catechisti diventa
un'occasione di verifica e di impegno. Siamo abbastanza
trasparenti da mostrare Dio, abbastanza capaci di comunicare
questo amore straordinario dal quale veniamo e verso il quale
camminiamo?
Una cosa è certa, parlando dei fanciulli e più ancora dei bambini,
cioè dei più piccoli: si comunica la fede più con i modi che con i
contenuti; è un fatto evidente questo, ma non sempre considerato
nella catechesi. Qualche volta siamo molto soddisfatti di ciò che
abbiamo detto, dimenticando che ciò che arriva è soprattutto il
modo con cui lo diciamo.
Il modo nella catechesi è anche contenuto. Lo si dice perfino
leggendo la Bibbia. Chi legge e studia la Bibbia sa che il
contesto in cui viene letta modifica il testo. È un principio
fondamentale. Proviamo noi a leggere una pagina di Vangelo,
relativo, per esempio, alla croce di Gesù, nel giorno in cui
soffriamo, nel giorno in cui siamo affamati di sentire qualcosa di
vero; e leggiamola in un altro contesto, in un giorno in cui siamo
in chiesa distratti: ascoltiamo, sì, ma senza capire.
Il contesto cambia anche il testo, perché ne cambia il senso.
Da qui l'importanza di una catechesi che abbia la passione di
comunicare, anche nei modi, e di una Chiesa che sia comunicativa
di Dio. "La prima catechista è la comunità, la prima catechesi è
come si vive insieme".
Il processo di iniziazione caratterizza la vita umana
L'esperienza dell'iniziare qualcuno a qualcosa è un'esperienza che
riguarda tutti i popoli. Noi cristiani facciamo un'esperienza
molto particolare, che è l'iniziare, cioè l'avviare a diventare
discepoli di Gesù: l'uomo che nasce ha bisogno di imparare a
vivere, di essere iniziato alla vita stessa, alla vita di
comunità, o del clan o della tribù o del popolo in cui è
inserito.
La storia dei popoli ci presenta, ovunque e in ogni tempo, forme
d'iniziazione specifica religiosa. Ai simpatizzanti di una
religione, si spiegano, solitamente, i misteri (cioè i segreti di
quella religione che vengono rivelati solo agli adepti e
progressivamente a quanti si avvicinano), i riti, le regole, i
comportamenti morali, le idee, la simbologia, tutto ciò che è il
linguaggio religioso.
Nelle altre religioni e in tutte le sette, quando si parla di
mistero s'intende qualcosa di sconosciuto, di nascosto, da non
dire agli altri (il mistero è ciò che non si può conoscere a meno
di essere ammessi). Nella vita cristiana, invece, con il termine
"mistero" intendiamo esattamente l'opposto, cioè ciò che viene
mostrato, annunciato, rivelato, ciò che noi non avremmo potuto
conoscere e che, per dono di Dio, ci è stato fatto conoscere. Il
mistero è la rivelazione.
Ci troviamo, quindi, in questa esperienza: iniziare alla vita
cristiana, dire far conoscere ciò che deve essere annunciato
abbondantemente; di più, far gustare, far amare, far vivere.
È sempre un'opera molto vitale, l'iniziazione. Siamo noi, che con
una certa catechesi didattica, intellettuale, abbiamo ridotto
l'iniziazione a conoscenza.Qualche decennio fa era ancora peggio:
si trattava di imparare a memoria domande e risposte.
In realtà, per iniziazione si intende un'esperienza molto vitale,
molto coinvolgente.
La cultura occidentale
Sia nelle popolazioni dell'Africa che in quelle dell'Oceania e del
Sud America, un ragazzo che viene 'iniziato' viene sottoposto a
delle prove, partecipa a dei riti, apprende dei comportamenti,
riceve degli insegnamenti; poi sarà riconosciuto iniziato
(attraverso un rito), appartenente. Diventa uno che fa parte di un
gruppo e ha, nei confronti del gruppo, delle responsabilità.
La cultura occidentale, invece, non si affida più a forme di
iniziazione, quanto piuttosto a degli stereotipi, presenti nei
mass media, mostrati dalla TV, letti sulle riviste; interessa, ad
esempio, essere giovani a tutti i costi, essere sportivi,
appartenere ad un club… Non interessa, invece, appartenere ad un
popolo.
Queste sono forme reali di iniziazione che, però, non portano
lontano: si può dire che, nella cultura occidentale, ci si
identifica non diventando uguali, ma distinguendosi.
Noi non siamo nella condizione culturale ideale per favorire
l'iniziazione cristiana, perché non abbiamo la mentalità
eucaristica.
Caratteristiche dell'iniziazione cristiana
L'iniziazione è un passaggio che non riguarda l'esteriorità, ma la
realtà profonda dell'individuo, l'interiorità. Essa coinvolge il
modo di pensare, il modo di sentire, le relazioni personali.
Almeno in modo superficiale assistiamo a forme di iniziazione
nella vita sociale. Ad esempio, quella che fa la tifoseria attiva
negli stadi, o quella promossa da riviste specializzate in diversi
campi (bricolage, treni, auto, pesca…).
Questo significa che nel cuore dell'uomo c'è comunque bisogno di
essere avviato a qualche cosa, di essere iniziato. La nostra
cultura non ha perso del tutto il senso dell'iniziazione, ma
rischia di averlo perso laddove è più necessario, cioè
nell'esperienza religiosa.
L'iniziazione non è un'invenzione sopra la testa dei fanciulli, è
un'esigenza antropologica, che appartiene all'uomo in quanto tale.
L'uomo per crescere ha bisogno di essere iniziato a qualche cosa.
Sarebbe assurdo che noi cristiani, che abbiamo questa forte
tradizione di iniziazione, la perdessimo. Noi abbiamo un tesoro
davvero prezioso: l'inserimento in una famiglia più grande, la
Chiesa, attraverso una serie di passaggi progressivi. La crescita
ha bisogno, infatti, di tempi lunghi e di passaggi precisi.
I Sacramenti dell'iniziazione cristiana come fedeltà alla persona.
Guardiamo al rapporto tra i Sacramenti del Battesimo, della
Cresima, dell'Eucaristia, della Penitenza e la vita umana.
La domanda sottesa è questa: l'uomo, crescendo, ha bisogno di
questi Sacramenti? O sono un'aggiunta sopra di lui? Vogliamo
cogliere i Sacramenti come una risposta ai bisogni umani: sono la
proposta di Dio, non una proposta estemporanea o un'invenzione
della Chiesa. I Sacramenti rispondono alle esigenze profonde,
naturali, che ci sono nell'uomo.
Prima esperienza: diventare "qualcuno"
È la necessaria esperienza del bambino, ma non solo. Noi adulti,
se non ci sentiamo "qualcuno", siamo a disagio. Pensate alle
difficoltà, nell'accettarsi, tipiche della pre-adolescenza e
dell'adolescenza: è di tutti.
Questa esperienza è vissuta particolarmente nel Battesimo,
celebrato e poi riscoperto nella vita.
Il Battesimo offre all'uomo l'identità di figlio, che è l'identità
comune, ma offre anche il nome, cioè l'identità personale.
Il Battesimo, quindi, risponde a qualcosa di grande, ad un
desiderio profondo: "Chi sono io?".
Il Battesimo sottolinea l'unicità,l'irripetibilità di ogni
persona. Spesso il Papa ripete queste parole: "l'uomo (la persona
umana) è unico e irripetibile".
Seconda esperienza: maturare
Ogni persona ha una propria storia.
Ognuno di noi, soprattutto, "è" la sua storia. Noi siamo "così"
perché abbiamo vissuto alcune esperienze. La storia di una
persona, la sua maturazione si costruisce attraverso una serie di
cambiamenti che avvengono. Di fatto, assumiamo una missione nella
vita, sia che la riconosciamo o che non la riconosciamo.
Lo Spirito conferma la progressiva crescita di un cristiano; non è
il cristiano a confermare il suo Battesimo, è lo Spirito che
conferma l'opera che Dio ha iniziato. Non solo: lo Spirito santo
ci conferma nella consapevolezza, nella testimonianza, nella
fedeltà.
Non dimentichiamoci che si può, nella vita, maturare, ma anche non
maturare. Ci sono dei blocchi, qualche volta, delle resistenze, ci
sono dei tempi persi. Lo Spirito, sottolineato proprio come dono
specifico della Cresima ci rivela che la nostra è una vita in
continua maturazione.
Questo Sacramento che permane, che dura, che rimane per tutta la
vita, ci accompagna in questa maturazione.
Terza esperienza: scegliere
È legata agli atti di una persona e alle convinzioni: uno può
scegliere perché distingue una cosa dall'altra e ne può prendere
una per lasciarne un'altra. Uno non sceglie solo come vivere, ma
sceglie anche chi essere.
È in gioco la libertà, la tensione al bene che esprimiamo nel
comportamento morale.
Quali sono i miei ideali? Quali sono le mie scelte di vita? Che
cosa per me è più importante? Il sacramento della Penitenza ci
porta nel cuore di questa esperienza. Possiamo qualche volta
scegliere cose sbagliate e abbiamo il bisogno assoluto di
recuperare.
La libertà a volte è in bilico, fragile, e ci accorgiamo di aver
fatto qualcosa o di aver scelto qualcosa che non volevamo. È
straordinario questo Sacramento nel cammino della crescita di una
persona, perché dà la possibilità di rinnovare la libertà, piena e
bella. È una ventata di novità, uno squarcio di luce nella vita di
una persona.
Quarta esperienza: la relazione
L'uomo è in relazione; lo si è scritto, in questi ultimi cinquant'anni,
in mille modi: l'uomo è un essere in relazione, che riconosce se
stesso guardando gli altri.
Relazionarsi non è un sovrappiù, è una dimensione essenziale della
persona. L'uomo matura nella relazione fino al dono di sé.
Quando si è più maturi nella relazione? Quando si offre invece che
cercare.
L'esperienza della relazione ci cambia; la comunità trasforma una
persona che cresce.
C'è un'esperienza in questo senso straordinaria: l'incontro con
Dio, il massimo del dono. Dio ha donato suo figlio.
L'incontro con Dio chiede una relazione personale che ci coinvolge
in un dinamismo molto forte. L'Eucaristia risponde al bisogno
umano di diventare tanto ricchi nell'incontro da diventare un
dono. Ecco perché l'Eucaristia chiede incontro, chiede relazione,
chiede pace gli uni con gli altri, chiede disponibilità, chiede
servizio.
Così nell'Eucaristia Dio che gli si offre, rende l'uomo capace di
offrirsi; non viceversa! Non è l'uomo che si offre prima a Dio, ma
è Dio che si offre all'uomo.
I Sacramenti non sono né lontani dall'uomo, né insignificanti per
l'uomo, ma sono la risposta più alta che l'uomo trova ai bisogni
fondamentali della vita umana, perché dentro portano il dinamismo
di Gesù che ci fa diventare qualcuno a tu per tu con Dio, che ci
fa maturare, che ci aiuta a scegliere e ci recupera nel male, che
intrattiene con noi un legame sempre più profondo, e che ci
trasforma fino alla santità, cioè in figli di Dio felici di
esserlo.
L'iniziazione cristiana assume la vita del bambino
Quando incontriamo per la prima volta i bambini a catechismo, ci
accorgiamo che in loro c'è già un'idea di Dio, un modo di sentire
Dio, un disinteresse verso Dio, una passione verso Dio… ci sono
tanti sentimenti verso Dio. Da dove vengono? Da alcune inchieste,
indagini, pare che quello che si apprende di Dio da 0 a 6 anni non
lo si cambia neppure con anni di catechesi. Quindi i primi tempi
della vita di un bambino sono importantissimi. È più difficile
cambiare un'idea distorta di Dio che far progredire un'idea
positiva di Dio. Vediamo un po' che cosa avviene…
Possono arrivare, per la catechesi, fanciulli molto sereni nei
confronti di Dio. Allora si tratta di far crescere questa
serenità, questo amore, si tratta di tradurlo in preghiera, in
gesti di bontà, in fantasia nel fare il bene. Altre volte arrivano
dei bambini che hanno vissuto esperienze di difficoltà religiosa.
Per loro c'è più bisogno di "innestare" il Vangelo. Sarà capacità
nostra cogliere questi bisogni. Partiamo dall'esperienza per
capire bene i bambini. Bisogna mettersi non tanto, come si dice,
nei panni dei bambini, quanto nella posizione dei bambini. La
posizione dei bambini è sempre dal basso verso l'alto. Noi adulti
siamo quelli che hanno sempre la voce più forte, quelli che si
vedono da sotto.
Non è facile la vita dei bambini. Il mondo dei piccoli è
decisamente diverso dal mondo dei grandi. Ecco perché chi sa stare
bene coi bambini, quando parla con loro, si inginocchia, si
abbassa per essere al loro livello.
Come dice la Bibbia: "Dio prende suo figlio e lo tira all'altezza
delle sue guance". Per parlare bene coi bambini bisogna stare
all'altezza dei loro occhi. Dimenticare questo vuol dire dare
delle informazioni molto belle, trattare con gentilezza, ma
mettere sempre in uno stato di soggezione colui che riceve. Ora,
se noi dovessimo parlare di Dio in queste condizioni, come può un
bambino immaginare Dio? Lo immagina dal basso guardando in su, che
sembra una cosa bella, ma non è certo quello che ha fatto Gesù,
che è sceso perché lo sguardo dell'uomo si potesse incontrare con
il Suo.
I bambini in braccio all'adulto colgono molto di più l'amore di
Dio che non i bambini, specialmente piccoli, che ricevono
l'annuncio dall'alto. Con questo voglio dire che l'ambiente che
sta intorno comunica molto di più di quanto le stesse parole
possano esprimere.
Un bambino piccolo è strettamente legato all'ambiente, l'ambiente
è il suo prolungamento: egli impara progressivamente a distinguere
ciò che lui è da ciò che lui non è. In questa distinzione, Dio che
fine farà? Sarà come il lettino che è separato o sarà come il suo
corpo che è parte viva?
Quando pensiamo ai bambini e alla loro crescita, non dobbiamo
trascurare assolutamente che l'amore per Dio o l'amore di Dio
passa attraverso il caldo del corpo, la relazione fisica intensa,
passa attraverso la simpatia, la delicatezza di un modo di
trattare: è più facile parlare di Dio ad un bambino con una
carezza che non con cento parole.
Concretamente, nei primi tre anni di vita avvengono tre esperienze
che poi saranno fondamentali sempre.
La fiducia
Essa nasce dal rapporto con la mamma che nutre, che pulisce, che è
attenta ai bisogni fisici (calore, protezione, …) e a quelli
psicologici (legati all'affetto, alla paura, alla solitudine, …).
Queste attenzioni della mamma raccontano al bambino che nella vita
si può avere fiducia perché qualcuno è accanto a te, che nella
vita puoi fidarti. Ecco perché i bambini che sono abbandonati da
piccoli, che vivono in orfanotrofi, che piangono magari a lungo,
sono bambini che nella vita, a stento, afferreranno la fiducia.
Guardando allora i fanciulli del nostro gruppo, dobbiamo
domandarci: "Questo bambino ha fiducia nella vita? Ha fiducia in
Dio? Ha fiducia in me che gli sto parlando?" Altrimenti, possiamo
parlare di Dio che è provvidenza, di Dio che aiuta, di Dio che
salva, ma il suo cuore non è pronto a ricevere. Sarà necessario,
là dove manca, accentuare l'esperienza della fiducia; per esempio
dando degli incarichi, mostrando che quando si promette una cosa
la si mantiene, non arrabbiandoci mai…
L'autonomia
È quella che si vive soprattutto nel secondo anno, quando i
piccoli cominciano a camminare, quando diventano più autonomi,
quando dicono i no, e hanno bisogno di imparare che non sono
onnipotenti e nello stesso tempo non devono aver timore degli
altri.
Devono imparare a vivere, cioè a gestire la propria autonomia.
Anche questa è un'esperienza molto forte. Acquistano fiducia in se
stessi, non solo nell'ambiente che sta intorno. Allora è
importante per la catechesi che siamo attenti alle carenze, se ci
sono, per colmarle con l'esempio degli altri bambini, con il
richiamo (fatto a parte), con l'incoraggiamento, affinché avvenga
la crescita di fronte a Dio. Una crescita che deve portare a dire:
"Signore, tu chiedimi quello che vuoi, anche la vocazione. Io non
sono degno, ma Tu di' soltanto una parola e io sarò salvo."
Le grandi esperienze della fede passano attraverso questa fiducia,
questa autonomia acquisita e questa esperienza di un limite che la
vita, il dolore, la fatica pongono nell'esistenza.
Quante volte un adulto, "padrone del mondo", quando si ammala, o
perde un amore, si sente finito anche se può vivere ancora a
lungo... Dov'è l'annuncio della fede nel suo cuore? La notizia che
può ricominciare, che si può riprendere? Che cosa è stata la
catechesi per tanti anni se non ha comunicato che da un errore
della vita, da una delusione ci si può riprendere?
La socializzazione
Il bambino comincia ad uscire, a frequentare la scuola materna:
vive rapporti nuovi, incontra altri bambini, e si identifica, si
sente inserito.
Non possiamo ancora dire inserito in "un gruppo"; comincia però ad
interiorizzare il modo di sentire degli altri: lo fa giocando,
imparando le prime difficili regole; acquisisce in qualche modo
quella che è chiamata "l'etica del gruppo". È un momento
privilegiato: un bambino a questa età ha voglia di imparare a fare
quelle cose che i grandi e altri bambini fanno; un bambino ha
voglia di copiare, ha voglia di imitare.
È la fase più bella dell'apprendimento: apprendere per
imitazione.
Ecco il momento opportuno per inserire un po' i bambini anche
nella comunità più grande, per accompagnarli, per insegnare loro
le preghiere, l'accesso alla chiesa, il segno di croce, il
silenzio…
Sono gioiosi di apprendere quello che è bello per gli altri,
quando riescono a fare una cosa che per i grandi e per gli altri
ragazzi è importante. E se questa fase viene sciupata, persa, ci
ritroviamo con dei fanciulli che sono incapaci di avere il
linguaggio della comunità, che non sanno fare il segno di croce,
il bacio mandato al crocifisso, l'ascolto in piedi e ordinato
della Parola.
La catechesi è anche catechesi degli atteggiamenti: perché
attraverso gli atteggiamenti si comunicano i sentimenti. Allora
non diremo: "Quando stiamo in Chiesa bisogna stare in silenzio
perché chi chiacchiera disturba tutti gli altri!".Non serve a
niente.
Occorrerà, invece, dedicare tempo ad andare con loro in silenzio
in Chiesa, per gustare quel momento. Fatevi imitare nei
comportamenti. Ciò che voi fate, loro lo fanno! Ciò che voi vivete
loro lo sentono! Ciò che invece voi dite come comando, loro non lo
percepiscono: resta solo una delle tante regole, ma non è
sufficiente per acquisire la capacità di sentire Dio.
Nell'educazione religiosa è fondamentale tener conto della
dimensione umana: il bambino non divide ciò che è umano da ciò che
è religioso, è un tutt'uno, Dio ha uno spazio immenso nella vita
dei bambini perché sono particolarmente aperti a tutto, aperti
anche al mistero.
L'educazione religiosa cristiana
Il modo di sentire Dio
L'iniziazione cristiana, nei primi anni della vita del bambino, si
preoccupa soprattutto dell'idea di Dio che in lui si va formando,
o, per essere più precisi, del modo di sentire Dio. Resterà per
sempre.
Il bambino riceve affetto sotto forma di accoglienza amorosa, di
soddisfacimento dei bisogni primari, di sollecitazioni
affettive-sensibili, di comunicazione. È l'affetto a favorire il
costituirsi nel bambino di una sicurezza di base, necessaria per
fugare "l'ansia e il senso di colpa di esserci" e per arrivare
alla certezza di essere protetto e di potersi affidare. L'affetto
è, pertanto, la premessa della possibile fiducia in Dio. L'idea di
Dio, il modo di sentire Dio, è una grande preoccupazione
dell'iniziazione cristiana. Domandatevi frequentemente che cosa i
ragazzi stanno pensando di Dio, che cosa pensano di Gesù e fateli
parlare di Lui: come lo sentono? Come lo percepiscono? Osservate i
loro occhi quando ne parlano, come muovono le labbra, come si
sistemano, come hanno o non hanno voglia di dire.
L'affetto comunica molto l'amore di Dio, l'affetto è un ponte sul
quale passa tutta quanta la teologia per un bambino. L'affetto è
il racconto più bello dell'essere amati che possano sentire;
quando leggete il Vangelo, mostrate molto l'affetto di Gesù,
affinché un bambino possa dire: "Se fossi stato lì, avrebbe voluto
bene anche a me".
Sentirsi importanti
Il bambino ha bisogno di relazioni valorizzanti, che lo facciano
sentire importante. Tanto più ha bisogno di sentirsi importante
per Dio, di essere un valore agli occhi di Dio. Questa esperienza
favorisce la gioia profonda di vivere. Quando uno ha capito di
essere importante per Dio, si apre per lui l'orizzonte della fede
per tutta la vita.
Un'intelligenza concreta e fantasiosa
L'intelligenza del bambino è di tipo concreto, (egli impara
facendo), con capacità di interpretazioni fantastiche. Perché la
fantasia? Perché il bambino ha spesso paura. Ci sono molte cose
che non sa, così la fantasia lo protegge."Se capitasse a me questa
cosa, che fine farei?" è la grande domanda che hanno i bambini. La
paura di essere abbandonati è la grande paura che incombe sulla
testa di ogni bambino. E allora ogni domanda, direi spirituale,
teologica, che essi fanno, nasconde questo bisogno: "E io?" "No,
tu non sarai abbandonato, Dio ti vorrà bene sempre; non
preoccuparti, ci sono anch'io accanto a te".
La fantasia supplisce e protegge da traumi troppo grandi e
insopportabili emotivamente.
Le occasioni educative
C'è, nel bambino, la capacità di cogliere i segni attraverso i
quali gli uomini comunicano fra loro e con Dio. L'educazione
cristiana ai piccoli non offre idee, norme, imposizioni, ma
atteggiamenti, segni, testimonianze. Diventano pertanto grandi
occasioni educative i gesti sacri, ma anche i gesti più quotidiani
e familiari. Non una cosa senza l'altra.
Può essere utile, con i bambini, curare in particolare:
Il riposo
Il riposo mira al recupero delle energie. È pertanto necessario
per un bambino, anche quando si rifiuta di andare a dormire. In
realtà occorre tener presente non solo il suo bisogno di recupero,
ma anche i "no" che l'andare a dormire richiede. Sono i "no" ad
attività di gioco o a relazioni affettive e sociali in atto: a che
cosa rinuncio per riposare? Ovviamente, questa domanda non è
cosciente nel bambino, ma deve esserlo nell'adulto.
Il cibo
Nella vita del bambino cibo e affetto vanno di pari passo.
Ricevere cibo è ricevere affetto. Diventa importante curare le
modalità del mangiare (non sciupare il cibo, mangiare insieme…),
perché hanno una stretta relazione con il rispetto di se stessi e
degli altri, del lavoro dell'uomo, dei bambini che muoiono di
fame… In prospettiva curare il modo e il senso del mangiare
prepara la comprensione dell'eucaristia.
Il rapporto umano
La casa è il principale luogo delle relazioni, è la scuola delle
relazioni. Il bambino impara ad accogliere chi entra in casa, a
salutare chi esce, ad essere attento a chi c'è e a chi manca.
Questa esperienza, molto spontanea, è chiamata a trasformarsi in
esperienza di autentica accoglienza delle persone e in gioia
dell'incontro.
Il "lavoro"-fatica: evidenziare soddisfazioni e gioia
La vita di famiglia può evidenziare soddisfazioni e gratificazioni
per le fatiche quotidiane, presenti anche nella vita dei bambini.
Pur in contrasto con la cultura attuale, è bello comunicare che
nella fatica c'è una gioia.
La catechesi è una delle poche esperienze che oggi si prefigge di
sostenere che la fatica santifica e fa bene, che la fatica è una
strada da percorrere, che l'impegno fa parte del Vangelo,
dell'annuncio della gioia.
L'apertura a Dio: curare il senso del mistero e della Parola di
Dio vicina
Occorre curare molto il senso del mistero. Per esempio, se si va
in Chiesa non si deve permettere andare a giocherellare dove c'è
l'altare, ecc. L'altare è il segno di Gesù. Il rispetto si
comunica con i gesti, il senso del raccoglimento…
Similmente, per il senso della Parola di Dio: se c'è un Vangelo
non va sciupato, non va pasticciato. Soprattutto, quando lo si
ascolta, ci si mette in un atteggiamento di rispetto e di
attenzione.
L'addormentarsi del bambino
Il bambino ha bisogno di vincere la paura che prova
nell'addormentarsi. Il bambino ha sempre paura di addormentarsi da
solo È paura di non ritrovare più le persone che ha accanto. La si
vince con la vicinanza, i riti dell'addormentarsi (pulizia del
corpo, storia, luce soffusa, mano nella mano…) e, anche,
nell'affidamento a Dio (angelo custode).
Va curata, insieme con i genitori, la giusta preghiera della sera,
che aiuti ad addormentarsi nella pace.
Dio chiamalo "Padre"
Alla fine aggiungo una sola frase: "Dio chiamalo Padre.". L'idea
di un Dio lunatico non piace a nessuno, l'idea di un Dio freddo
non è da comunicare, l'idea di un Dio tiranno è pericolosa. A noi
catechisti tocca una sola grande verità da comunicare: la
paternità di Dio. Non abbiate mai timore, mai paura di parlare
dell'amore di Dio.
Iniziare alla vita cristiana significa fare entrare nel grande
mistero del Figlio che è venuto per rivelarci l'amore del Padre. |